giovedì 31 dicembre 2015

TAGORE: "Gitañjali" Amore e Poesia di Fine d'Anno


Anna Homchik nata in Ucraina a Kiev nel 1976

Sebirblu, 31 dicembre 2015

Gentili Lettori, nel ringraziare tutti Voi della meravigliosa attenzione con la quale avete fatto onore a questo sito, è mio desiderio porgervi, insieme ai miei più profondi e sentiti auguri per uno stupefacente anno nuovo, un "bouquet" di poesie ineffabili (Gitañjali) di Rabindranath Tagore.

Il significato del termine Gitañjali è "Offerta di Canti" e penso che concludere questo 2015 facendoci cullare dalla mirabile vena poetica di questa grande Anima sia un balsamo magnifico.

Senza saperlo, la scelta di pubblicare un post su questo personaggio è coincisa, guarda "caso", con il centenario del suo meritatissimo premio Nobel per la letteratura  e  proprio  con  l'opera  che  vi  presento! 

(Sì, cari Amici, perché questo articolo l'avevo scritto il 31 dicembre 2013, ma per la sua intensità vale la pena di riproporvelo con i miei rinnovati auspici di un meraviglioso  2016!)

Immergiamoci dunque in questo mare di bellezza dal profumo di Paradiso per trarne nuova vigorìa spirituale, atta a renderci sempre più pronti alle nuove sfide che ci attendono.


Rabindranath Tagore - Calcutta 1861 - Shantiniketan, Bolpur 1941

TAGORE:  "Gitañjali"  Amore e Poesia di Fine d'Anno

Nel 1913, i giornali di tutto il mondo pubblicavano la notizia che il premio Nobel per la letteratura era stato assegnato a Rabindranath Tagore, nativo del Bengala, la terra irrigata dal fiume sacro del Gange.

Il poeta indiano, primo orientale a ricevere tale onore aveva allora cinquantadue anni, ma il suo nome era, da più di trenta, il simbolo di un'età tuttora in corso.

L'irlandese W. B. Yeats, che per primo rivelò all'Europa il bardo del Bengala, sentì dire da un medico indiano: 

"Leggo Rabindranath ogni giorno; leggere una sua riga significa dimenticare tutti i dolori del mondo. Egli è grande nella musica, come nella poesia, e le sue canzoni si cantano dall'India Occidentale fino alla Birmania ovunque si parli il bengali.

A diciannove anni era già famoso per il suo primo romanzo, e i drammi, composti nella maturità, sono ancora rappresentati a Calcutta. Quando era molto giovane scrisse molto sulla natura mentre se ne stava tutto il giorno nel suo giardino.

In seguito la sua arte si fece più profonda, divenendo religiosa e filosofica; nei suoi inni vi sono tutte le aspirazioni dell'Umanità.

Egli è il primo dei nostri mistici che non ha rifiutato di vivere, ma ha parlato della Vita stessa, e per questo noi lo amiamo."


Taj Mahal - Agra - Uttar Pradesh - India Settentrionale

Spirito multiforme, Tagore non concentrò i suoi sforzi verso un solo aspetto della vita: fu poeta e scrittore, pedagogo e asceta, pittore e musico. Tutto quanto eleva l'uomo, liberandolo dai legami più deleteri del mondo, attirò il suo interesse e fu per lui materia di studio e di ripensamento.

Qualunque cosa potesse contribuire al miglioramento dell'esistenza umana, sia nel campo scientifico che in quello politico, scolastico, letterario, fu per lui degna di grande considerazione.

In lui l'arte fu semplice vita, l'estrinsecazione delle melodie dell'anima, e tutta la sua opera può paragonarsi ad un vasto mosaico, le cui tessere però, anziché costituire le varie parti dell'insieme, creano l'unità dell'intero poema.

Per Tagore religione e morale sono una cosa sola, e da quest'intimo connubio deriva l'identificazione dell'Amore di Dio con l'Amore del prossimo.

Tutto il "Gitañjali" (l'opera che meritò il premio Nobel) è un inno votivo a Dio che non è visto come un Essere statico, collocato in un angolo del Tempio, a cui si deve l'offerta d'incenso o la preghiera.

Il Dio di Tagore è là dove il contadino ara la dura zolla e lo spaccapietre lavora, non disdegnando di essere fra loro, coperto di polvere al sole o alla pioggia. Dio è Tutto in tutti, e noi non possiamo amarLo, sentirne la presenza, se non amiamo i nostri fratelli.

La poesia tagoriana, pur attingendo le sue immagini dalla natura (non per nulla uno scrittore disse che l'Universo fu la sua tela, la natura i colori, gli uomini i contorni), è fatta di etere e di stelle.

I versi son come fili tessuti con i raggi imponderabili dei sogni nei Campi Elisi che pur inebriando, rapiscono, consolano, fugano le tenebre dai cuori aprendoli alla Speranza e alla Fede.


Rajasthan - Deserto di Thar - India Occidentale

Tagore ha recato al mondo, alla pari dei mistici più grandi dell'Umanità, un nuovo messaggio d'Amore e di Vita. Ed esso è tanto più universale quanto più il poeta annulla se stesso, la sua personalità, in cui assimila senza limiti di tempo e di spazio, tutto lo spirito dell'Uomo.

Egli era tutt'uno con la natura e mai si vide una così completa compenetrazione dell'Anima umana con l'anima delle cose; nella sua poesia Rabindranath ha trasfuso tutto la sua Essenza vivente nello spazio infinito dei mondi.

Pensando all'ora ultima, egli non ha timore alcuno, anzi si rallegra per questo richiamo: lo Spirito umano come la Luce, quando ha il segno dell'immortalità, non può temere la morte, che rappresenta non il termine di tutte le cose, ma il congiungimento con la Coscienza universale.

Neanche le sventure familiari riuscirono a fiaccarlo; in pochi mesi gli morirono due figli e la moglie. La perdita della consorte fu per lui il più grande dolore: "In disperata speranza vado e la cerco in ogni angolo della mia stanza, e non la trovo" (Gitañjali).

Il cuore di Rabindranath cesso di battere il 7 agosto 1941, mentre il mondo era sconvolto dall'immane cataclisma della guerra; sul letto di morte, simile ad un Sadhu (asceta), dettò ad un familiare un poema, in bengali, sugli ultimi giorni della sua lunga ed operosa esistenza.


Jaipur, capitale del Rajasthan - India Occidentale. Parata di elefanti.

GITAÑJALI  (alcuni carmi)

LASCIA QUESTE NENIE...

Lascia queste nenie, canti e dir di rosari!
Chi adori in questo solitario e oscuro angolo
del Tempio dalle porte chiuse?
Apri gli occhi e guarda! Il tuo Dio non ti è dinnànzi.

Egli è là dove il contadino ara la dura zolla
e lo spaccapietre lavora. Egli è con loro,
al sole e alla pioggia, e le sue vesti son coperte di polvere.
Levati quel manto sacro e scendi come Lui sul suolo polveroso!

Liberazione? Dove si può trovarla?
Il nostro Maestro s'è preso lietamente sulle spalle
i dolori del Creato, s'è unito a noi per sempre.

Esci fuor dalle tue meditazioni
e lascia in un canto i fiori e l'incenso!

Che male c'è se le tue vesti diventan lacere e sporche?
Va' incontro a Lui e stagli accanto nel lavoro,
con il sudore della fronte.


Bengala  - Regione Nord-Orientale dell'India 

IN DISPERATA SPERANZA...

In disperata speranza vado e la cerco
in ogni angolo della mia stanza, e non la trovo.

Piccola è la mia casa e ciò che una volta è uscito
non può esser più ritrovato.

Ma infinita è la Tua Dimora, o Signore,
ed io cercando lei son giunto alla Tua porta.

Stetti sotto l'aurea volta del Tuo Cielo crepuscolare
e sollevai gli occhi ansiosi verso la tua faccia.

Son giunto sulla soglia dell'Eternità
da cui nulla può svanire – né speranza, né felicità,
né visione di un volto intravvisto fra le lacrime!

Oh, immergi in quell'oceano la vuota mia vita,
tuffala nell'abisso più fondo.
Fa' che, per una volta, quel tocco perduto
io lo senta nel Tutto universale.


Bolpur - Bengala Occidentale, ad Oriente dell'India

TU MI HAI FATTO...

Tu mi hai fatto senza fine, a tuo piacimento.
Tu vuoti e rivuoti questo fragile vaso
e lo riempi sempre di nuova vita.

Per monti e valli hai portato
questo piccolo flauto di canna,
e vi soffi melodie eternamente nuove.

Al tocco immortale delle Tue mani
il mio minuscolo cuore si smarrisce per la gioia
ed effonde parole indicibili.

Su queste piccolissime mani
piovono solo per me i tuoi doni infiniti.
Passano le età, e Tu versi sempre,
e sempre v'è da riempire.

Jaisalmer - Lago di Gadi Sagar - Rajasthan - India Occidentale

CHIEDO LA GRAZIA...

Chiedo la Grazia di un istante
per sedermi accanto a Te.
Il lavoro in corso, lo finirò più tardi.

Lontano dalla vista del Tuo volto
il mio cuore non conosce riposo né tregua,
e la mia opera diventa uno sforzo senza fine
in un mare di fatica senza sponde.

L'estate con i suoi sospiri e mormorii
è venuta oggi alla mia finestra;
e le api fanno i menestrelli
alla corte del boschetto in fiore.

È ora tempo di sedermi accanto a Te,
faccia a faccia, e cantare l'esaltazione della vita
in questa silente pace diffusa.


Tigri reali del Bengala - India Orientale

SONO STATO INVITATO...

Sono stato invitato alla festa di questo mondo,
e la mia vita è stata così benedetta.
I miei occhi hanno veduto e i miei orecchi hanno udito.

In questa festa m'è toccato di suonare
sul mio strumento, ed ho fatto
ciò che ho potuto.

Ed ora chiedo: è giunto alfine il tempo
in cui m'è concesso di entrare e guardarTi in Volto
ed offrirTi il mio muto saluto?


Jaisalmer -Rajasthan - India Occidentale

PER GIORNI E GIORNI...

Per giorni e giorni, o mio Dio,
la pioggia ha disertato il mio cuore arido.
L'orizzonte è spietatamente nudo,
non il più piccolo riparo di una nuvoletta,
non la più vaga speranza d'una fresca pioggerella, anche se lontana.

Manda il furore della Tua tempesta gravida di morte,
se questo è il Tuo desiderio,
e fa trasalire il Cielo da cima a fondo
con il balenìo dei fulmini.

Ma richiama, o Signore, richiama questa silenziosa calura,
che tutto pervade; che lenta, acuta e crudele,
brucia il cuore in una terribile disperazione.

Lascia che la nuvola della Grazia si chini dall'alto
come lo sguardo lacrimoso della madre
nel giorno dell'ira paterna.


Shantinikethan - Bolpur - Bengala Occidentale - India Orientale

LA LIBERAZIONE PER ME...

La Liberazione per me non è nella rinuncia.
Sento la libertà stretta in mille legami silenziosi.

Tu mi versi sempre il sorso fresco
del Tuo vino fragrante e di vari colori
empiendo fino all'orlo questo piccolo vaso di terra.

Il mondo accenderà dalla Tua Fiamma
cento differenti lampade
e le offrirà all'altare del Tuo tempio.

No, non chiuderò mai le porte dei miei sensi.
Le gioie della vista, dell'udito e del tatto
recheranno l'impronta della Tua delizia.

Sì, tutte le mie illusioni risplenderanno di gioia
e tutti i miei desideri
matureranno in frutti d'Amore.


Jaisalmer - Rajasthan - India Occidentale

NELLE TUE MANI, O SIGNORE...

Nelle Tue mani, o Signore, il tempo è senza fine.
Non c'è nessuno che conti i tuoi minuti.

Passano i giorni e le notti,
le età fioriscono ed avvizziscono come fiori.
Tu sai attendere.

I Tuoi secoli si susseguono
per rendere perfetto
un piccolo fiore selvatico.

Noi non abbiamo tempo da perdere e,
non avendo tempo, dobbiamo afferrare l'occasione.
Siamo troppo poveri per giungere in ritardo.

E così il tempo passa mentre io lo do
ad ogni uomo piagnucoloso che lo chieda,
e il Tuo altare è alla fine del tutto privo di offerte.

Sul finire del giorno m'affretto
per il timore che la Tua porta si chiuda;
ma trovo che v'è ancora tempo.


Benares o Varanasi - Uttar Pradesh - India Settentrionale - Un asceta (Sadhu) sulle rive del Gange

IN UN SUPREMO SALUTO A TE...

In un supremo saluto a Te, mio Dio
si spargano tutti i miei sensi
e tocchino questo mondo prono ai Tuoi piedi.

Come una nuvola di luglio, sospesa in basso
con il suo carico di pioggia non versata,
la mia mente si inchini alla Tua porta
in un supremo saluto a Te.

Come uno stormo di nostalgiche gru,
dirette notte e giorno verso i nidi montani,
così tutta la mia vita sia un viaggio

verso la Dimora eterna, in un supremo saluto a Te.

Relatore: Sebirblu.blogspot.it

Fonte: "Gitañjali" di Vito Salierno - Edizioni Ceschina 1967

sabato 26 dicembre 2015

L. Tolstoi: Emblematica Novella. Sintesi del Vero!


Il Monastero di Solovki 

Con quale grazia il grande scrittore Leone Tolstoi ha saputo esporre un popolare e antico racconto russo e come da esso scaturisce la sintesi di ciò che è veramente sostanziale  nella  vita!  (Per  conoscere  meglio  Lev  Nikolaevic  Tolstoj,  QUI).


"Pregando, non sprecate parole inutili come fanno i pagani: 
essi credono di venire ascoltati per le molte parole. 
Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro
sa di cosa avete bisogno prima ancora che glielo chiediate". 
(Mt. 6, 7-8)


Lev Feliksovich Lagorio (1828-1905) 

I  Tre  Eremiti

Un arciprete navigava su un veliero dalla città di Arcangelsk (sul delta del fiume Dvina nel Mar Bianco; ndr) al monastero-fortezza di Solovki (nell'omonimo arcipelago; ndr). Sulla stessa imbarcazione viaggiavano alcuni pellegrini che andavano a visitare i santuari. Il vento era favorevole, il tempo chiaro, nessun rollio.

Una parte di essi si riposava, un'altra mangiucchiava, altri ancora stavano seduti in gruppi conversando fra loro.

Anche il parroco salì sul ponte e cominciò a camminare avanti e indietro; avvicinandosi alla prua vide che vi era riunito un gruppetto di persone. Un piccolo paesano stava indicando qualcosa sul mare, e parlava mentre la gente stava ad ascoltare... non si vedeva nulla, solo il mare luccicava al sole.

Il paesano si accorse di lui, si tolse il berretto e tacque. Pure gli astanti lo videro e si scoprirono il capo, ossequiosi.

«Non disturbatevi fratelli», disse l'arciprete, «mi sono avvicinato anch'io per sentire ciò che tu dici, buon uomo».

«Quel piccolo pescatore ci raccontava degli eremiti», osservò un mercante più audace.

«Che dici degli eremiti?», gli chiese il canonico, avvicinandosi al parapetto della nave e mettendosi a sedere su una cassa. «Raccontalo anche a me, ti ascolterò volentieri, che cosa mostravi?»

«Ecco, su quell'isolotto che spunta», disse il paesano indicando davanti a destra, «vivono alcuni eremiti per salvarsi l'anima...»




Il parroco guardava, guardava, ma l'acqua tremolava al sole ed egli non poteva scorgere niente perché non ne aveva l'abitudine.

«Non vedo nulla» disse. «Ma quali eremiti stanno su quell'isola?»

«Sono persone di Dio» rispose l'uomo. «Ne avevo sentito parlare da molto tempo ma non avevo mai avuto l'occasione di vederli. Due estati fa, invece, li potei vedere coi miei propri occhi».

Il pescatore tornò al suo racconto: era andato per la pesca, fu spinto verso quell'isola e non sapeva dove si trovasse. All'alba s'era messo a girovagare finché si imbatté in una capanna di terra.

Davanti ad essa vide un eremita e poi, ne uscirono altri due: gli diedero da mangiare, lo asciugarono e lo aiutarono a riparare la barca.

«Com'erano d'aspetto?», domandò l'arciprete.

«Uno era piccolo, rattrappito, proprio anziano; aveva addosso una tonaca vecchia vecchia; doveva avere più di cento anni. La sua barba bianca cominciava perfino a verdeggiare; lui sorrideva sempre ed era chiaro come un angelo del cielo.

Un altro, di statura un po' più alta, vecchio anche lui, con una casacca lacera, la barba larga e bianca con riflessi giallognoli; era però un uomo robusto: rigirò la mia barca come un secchio; non ebbi nemmeno il tempo di aiutarlo; anche lui era tutto gioioso.




Il terzo superava gli altri due in altezza, aveva la barba lunga fino ai ginocchi, bianca come le penne del cigno; le sopracciglia gli scendevano sugli occhi; completamente nudo, solo intorno alla vita aveva una stuoia».

«Che cosa ti hanno detto?», chiese l'arciprete.

«Facevano quasi tutto in silenzio, ed anche tra loro parlavano poco. Bastava che uno guardasse l'altro perché questi capisse al volo. Chiesi a quello alto se era molto che abitavano l'isola.

Egli si oscurò, cominciò a dire qualcosa come se fosse irritato. Ma quello più anziano e piccolo gli prese la mano, sorrise, e il grande si acquietò.

Mentre il paesano parlava, il veliero si era ancor più avvicinato alle isole. «Ora si vede proprio bene», disse il mercante; «degnatevi di guardare, eminenza», aggiunse indicando il punto.

Il canonico iniziò a guardare. E difatti scorse una strisciolina nera: l'isolotto. Poi si spostò dalla prua verso poppa, avvicinandosi al timoniere. «Che è quell'isolotto?», chiese, «cosa si vede là?»

«È uno qualunque, senza nome. Ce ne sono tanti».

«È vero che ci sono degli eremiti che si salvano l'anima?»

«Si dice, eminenza, ma non so se sia vero. Sembra che i pescatori li abbiano visti. Ma succede spesso che la gente racconti frottole».

«Vorrei sbarcare nell'isola per vederli», disse il parroco. «Come si può fare?»

«Non ci si può avvicinare con la nave», rispose il timoniere, «Con la barca si potrebbe, ma bisogna chiederlo al capitano».

Chiamarono il comandante. «Vorrei vedere questi eremiti», disse l'arciprete. «Non si potrebbe farmi sbarcare?»

Il capitano cercò di dissuaderlo: «Non che sia impossibile, ma si perderebbe molto tempo, ed oso far osservare a vostra eminenza che non vale la pena di vederli. Ho sentito dalla gente che sono vecchi imbecilli che non capiscono niente e non parlano nemmeno, come se fossero pesci di mare».

«Non importa. Vorrei andare lo stesso», insistette il canonico. «Pagherò il disturbo, basta che mi facciate sbarcare».

Era irremovibile. Il timoniere fece virare la nave e la diresse verso l'isola. La gente si era radunata a prua e tutti guardavano in direzione dell'isola. E coloro che avevano la vista più acuta, già cominciavano a distinguerne le rocce e ad indicare la capanna.




Uno era riuscito perfino a scorgere i tre vecchi solitari.

Il capitano estrasse il cannocchiale, guardò e lo porse all'arciprete. «Difatti», disse, «là sulla riva, un po' a destra di quel grande scoglio, si vedono tre uomini in piedi».

L'uomo di chiesa prese il cannocchiale e lo diresse verso il punto indicatogli. Si vedevano i tre eremiti in piedi. Uno alto, l'altro un po' più basso e il terzo piccolino addirittura; stavano sulla riva, tenendosi per mano.

Il capitano si avvicinò al parroco: «Qui, eminenza, bisogna fermare la nave. Se ci tenete proprio vi possiamo accompagnare alla riva in barca; noi intanto caleremo le ancore»...

Così i rematori condussero la scialuppa a terra, e con un gancio attraccarono alla riva. Il canonico scese.

Quando lo incontrarono, i tre vecchi si inchinarono davanti a lui: egli li benedisse e loro si inchinarono di più. Allora egli cominciò a dire:

«Ho sentito che voi, eremiti di Dio, salvate qui la vostra anima e pregate Gesù Cristo per il prossimo. Io, schiavo indegno di Cristo, per grazia di Dio sono stato chiamato a custodire il suo gregge; quindi ho voluto vedere anche voi, servi di Dio, e darvi, se posso, l'insegnamento del Signore».

Loro tacevano, sorridevano, e si guardavano l'un l'altro. «Ditemi come salvate la vostra anima e come servite Dio», concluse l'arciprete.

L'eremita mezzano sospirò e guardò il più vecchio tra loro, così come fece quello più alto accigliandosi. L'anziano allora disse: «Non sappiamo, servo di Dio, servire Iddio; serviamo soltanto noi stessi per nutrirci».




«E come pregate Iddio?», chiese l'arciprete.

L'anziano rispose: «Preghiamo così: "Tre siete Voi, tre siamo noi... Abbi misericordia di noi!"» ed appena disse questo, tutti e tre alzarono gli occhi al cielo e ripeterono: "Tre siete Voi, tre siamo noi... Abbi misericordia di noi!"

Il parroco sorrise e disse: «Certo avete sentito parlare della Santa Trinità. Ma non pregate come si deve. Ho preso a ben-volervi eremiti di Dio; vedo che lo vorreste accontentare, ma non sapete come servirLo. Non si deve pregare così; ascoltatemi, ve lo insegnerò.

Non sarà un ammaestramento mio, ma vi trasmetterò quel che è riportato nella Sacra Scrittura; vi dirò come Dio comandò a tutta la gente di recitare le preghiere». Ed iniziò ad esporre loro come l'Eterno avesse rivelato se stesso agli uomini.

Parlò di Dio Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: «Iddio Figlio discese sulla Terra per salvare gli uomini ed insegnò a pregare così. Ascoltatemi e ripetete ciò che dirò».

E cominciò a dire: «Padre nostro», ed anche l'altro ripeté "Padre nostro". «Che sei nei cieli»... ma il mezzano si imbrogliò nelle parole dicendole in altro modo e nemmeno quello alto, mezzo nudo, le espresse bene: i baffi gli erano cresciuti fino alla bocca e non aveva la pronuncia chiara; allo stesso modo balbettò qualcosa di incomprensibile anche l'eremita anziano che non aveva più denti.

E tutto il giorno, fino a sera, non si stancò di ripetere la stessa preghiera, dieci, venti, cento volte e i tre vecchi sempre dietro... E si confondevano, e lui li correggeva obbligandoli a ricominciare daccapo. Non li lasciò finché non l'ebbero imparata interamente.

Iniziava ad imbrunire e la luna già si alzava sul mare quando l'uomo di Dio decise di ritornare sul veliero.

Si accomiatò dagli eremiti che gli fecero un inchino fino a terra. Lui li fece rialzare e li baciò uno ad uno, ordinando loro di pregare come aveva loro insegnato. Salì sulla barca che si diresse verso la nave, e mentre navigava sentiva sempre le tre voci ripetere di continuo la preghiera...


Lev Feliksovich Lagorio (1828-1905) 

Quando già stava per arrivare vicino al veliero e non sentiva più i vegliardi, li poteva scorgere al chiaro di luna: erano in piedi sulla riva, allo stesso posto.

La scialuppa si accostò al battello ed egli salì sul ponte; vennero alzate le ancore e issate le vele che si gonfiarono al vento spingendo l'imbarcazione in avanti.

Il parroco andò a poppa, dove rimase seduto guardando sempre verso l'isolotto. Man mano gli eremiti scomparvero alla vista e ben presto anche la striscia di terra.

I pellegrini andarono a dormire e tutto era silenzio sulla tolda. Ma egli non aveva sonno e rimase seduto guardando il mare in direzione della piccola isola lasciata, pensando ai buoni vegliardi.

Si ricordava come essi fossero felici d'aver imparato la preghiera e ringraziava l'Eterno per avergli concesso di aiutare gli eremiti di Dio insegnando loro la parola divina.

Stava seduto così, l'arciprete: nei suoi occhi passavano dei riflessi, perché la luce, or qua or là, scintillava sulle onde mosse.

Ad un tratto, vide che qualcosa riluceva, biancheggiando sulla scia della luna... sembrava un uccello... un gabbiano... Guardò più attentamente: «Dev'essere una barca a vela che ci corre appresso», pensava.




Ma pareva che si avvicinasse troppo lesta. Era così lontana... ed eccola quasi a ridosso del veliero... stava per raggiungerlo...

Egli non riusciva a capire cosa potesse essere, allora si avvicinò al timoniere per chiedergli che cosa fosse... ma già si era accorto da sé che si trattava dei vegliardi i quali, correndo sulle onde con le loro bianche barbe splendenti, si avvicinavano al battello...

Il timoniere si volse, abbandonò il timone e si mise ad urlare: «Mio Dio! Gli eremiti ci rincorrono sul mare come se fosse terra ferma!

La gente lo sentì; tutti si alzarono precipitandosi a poppa... e videro i tre vecchi correre tenendosi per mano, senza muovere nemmeno i piedi. I due che si trovavano più prossimi alla nave agitavano le braccia per indicare di arrestarsi.

Ma non ce ne fu bisogno perché essi l'avevano ormai già raggiunta. Si avvicinarono, alzarono le teste e dissero insieme: «Abbiamo dimenticato, servo di Dio, abbiamo dimenticato la tua lezione.

Finché la ripetevamo ce ne ricordavamo; abbiamo smesso per un'ora e una parola ci è sfuggita; l'abbiamo dimenticata e tutto si è sgretolato. Non ricordiamo più nulla, insegnacela di nuovo».

Il canonico si segnò; si inchinò verso i tre vecchi e disse: «Anche la vostra preghiera raggiunge il Signore, eremiti di Dio. Non sta a me insegnarvela. Pregate per noi peccatori!» E si inchinò fino terra davanti ai vegliardi.

Essi, allora, in silenzio si voltarono riprendendo il mare. E fino al mattino si scorse un bagliore nella direzione in cui erano andati.




(Da Leone Tolstoi, Racconti e ricordi, raccolti e illustrati dalla figlia Tatiana; a cura di C. Alvaro. Milano, Mondadori, 1942).

Relazione, adattamento e cura di Sebirblu.blogspot.it

mercoledì 23 dicembre 2015

Dedicato a Tutti coloro che "cercano"... davvero!




Sebirblu, 23 dicembre 2015

Tre anni fa pubblicai il testo che segue e lo ripropongo oggi in occasione del S. Natale, (di cui è importantissimo leggere QUI), poiché è sempre stato presentato in termini molto blandi e superficiali, non certo idonei a comprenderne l'IMPORTANZA ASSOLUTA dal punto di vista sostanziale ed esoterico.

Esso è rivolto a tutti coloro che in questi tempi di deriva spirituale si sentono liberi da qualsiasi forma di condizionamento dottrinale sostenuto dal Magistero Petrino, contaminato ormai al suo vertice (cfr. QUI, QUI e QUI), e desiderosi, nonostante tutto, di perseguire il VERO sospinti dal Fuoco dello Spirito.

La prima parte è il Prologo di Giovanni nella sua integralità, mentre la seconda conduce, man mano, alla sua comprensione più profonda ed esplicativa svelandone il significato altissimo e illuminante.


L'AURORA DEL TERZO MILLENNIO




PROLOGO  AL  VANGELO  DI  GIOVANNI

Gv. I.

1 In principio era il Verbo,
ed il Verbo era con Dio,
ed il Verbo era Dio.

2 Egli era in principio con Dio.

3 Tutto fu fatto per mezzo di Lui
e senza di Lui niente fu fatto,
di ciò che è stato fatto.

4 In Lui era [la] Vita,
e la Vita era la Luce degli uomini;

5 e la Luce splende tra le tenebre,
e le tenebre non l’hanno compresa.

6 Vi fu un uomo mandato da Dio;
il nome di lui era Giovanni.

7 Questi venne in testimonio
per rendere testimonianza alla Luce,
affinché tutti credessero per lui.

8 Non ch’egli fosse la Luce,
ma per rendere testimonianza alla Luce.

9 La Luce Vera
- quella che illumina ogni uomo -
era per venire nel mondo.

10 Egli era nel mondo
ed il mondo fu fatto per mezzo di Lui,
ma il mondo non Lo conobbe.

11 Venne nella Sua casa,
ed i Suoi non L’accolsero.

12 Ma a tutti quelli che Lo ricevettero
diede il potere di diventare figli di Dio:
a coloro che credono nel Suo Nome,

13 che non dal sangue,
né dal volere di carne,
né dal volere d’uomo,
ma da Dio sono nati.

14 Ed il Verbo si è fatto carne
ed ha abitato fra noi;
e noi abbiamo contemplato la Sua Gloria,
Gloria che un tal Figlio Unico ha da tal Padre,
pieno di Grazia e di Verità.

15 Giovanni a Lui rende testimonianza e grida dicendo: «Era di Lui che dicevo: Colui che viene dopo di me è passato davanti a me, perché esisteva prima di me».

16 Cosicché dalla pienezza di Lui noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia su grazia,
17 perché la Legge fu data per Mosè, la Grazia e la Verità è venuta per Gesù Cristo.

18 Nessuno ha mai veduto Dio: un Dio figlio unico, essendo nel seno del Padre, Egli stesso ha parlato.




SIGNIFICATO ESOTERICO

Se consideriamo la Trinità  come 
Potenza (Padre), Amore (Figlio), Sapienza (Spirito Santo)
possiamo constatare la "coerenza ispirata" del versetto 1:

"In principio era il Verbo", cioè la Parola, il Comando, il Potere, la Volontà del Padre di creare (volere è potere).

"ed il Verbo era con Dio", essendo tutt'Uno con Lui, quindi scaturito da Lui e manifestatosi nel Tempo; la Parola per antonomasia cioè il Figlio-Amore, il Cristo,  concretizzazione visibile del Pensiero voluto dal Padre e ispirato dallo Spirito.

"ed il Verbo era Dio". La Sapienza, lo Spirito Santo che ha permesso e illuminato la realizzazione di tutto ciò.

Il versetto 2 dice: "Egli era in Principio con Dio".

Abbiamo qui un'esplicita testimonianza dell'Assoluta Divinità dell'Unigenito espressa con una possanza che solo lo Spirito può suggerire e nel contempo una più accessibile comprensione del Dio Uno e Trino.


Greg Olsen

Come dice Pietro Ubaldi:  "Di  tale  tipo  dovrà  essere la nuova Teologia, se si vuole che  in  essa  la  sostanza  della  vecchia  possa  sopravvivere".

Quindi:

1. Concetto Iniziale=Padre=Potenza
2. Concretizzazione dell'Idea=Figlio=Amore
3. Realizzazione finale del Progetto Salvifico=Spirito Santo=Sapienza.

È sempre lo stesso Dio, dunque, che si manifesta in tre prerogative diverse, ma rimanendo sostanzialmente Uno.

Allora, vediamo insieme il profondo significato del "Mistero" della Trinità, tenuto nascosto nei secoli sotto il velo del mito, proseguendo ad analizzare il versetto 3:

"Tutto fu fatto per mezzo di Lui..."
Ci riporta al nostro sommo Poeta: "Amor che move il sole e le altre stelle". (Epilogo della Divina Commedia).

Infatti il Cristo disse: "Senza di Me non potete far nulla" (Gv 15, 5). Ed è naturale che senza l’Amore niente potrebbe esistere.

Ma l'Amore è anche Sapienza e nello stesso tempo è Potenza.

Quando, per esempio, il Cristo bambino rivela la Sua Sapienza tra i dottori nel Tempio e ancora allorché manifesta la Potenza nel compiere i miracoli ma soprattutto mostra  continuamente  l'Amore fino alla morte, e alla morte di Croce.

E prosegue Giovanni nel versetto 4:

"In Lui era la Vita (Io sono la Via, la Verità, la Vita. Gv. 14, 6) e la Vita era la Luce degli uomini";


Greg Olsen

e nel versetto 5"e la Luce risplende tra le tenebre (Io Sono la Luce del mondo: chi segue Me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la Luce della Vita. Gv 8, 12) e le tenebre non l’hanno compresa".

Ancora oggi, dopo 2015 anni (singolare contraddizione dell'Umanità che scandisce il tempo dalla Sua Nascita!), il Cristo è misconosciuto e lo si paragona a tanti altri "inviati", quando addirittura non lo si "fattura" ammogliato e con figli! (Cfr. QUI)

QUESTA È BLASFEMÌA!

(Approfondimento sulla sua fisicità, secondo l'Ultrafanìa, QUI).

Non si vuole comprendere che se il mondo si trova in questo punto critico (che però grazie alla Luce Divina si sta risvegliando) è da imputare alla non Conoscenza e alla sottovalutazione del Movimento Cristico nel disegno trasformativo e salvifico (la possibilità di ritornare alla Casa d'Origine dalla quale siamo partiti) per tutta la massa umana.

Incalza Giovanni  nei versetti 6-7-8, presentando il Precursore, Colui che avrebbe preparato le vie del Signore:

"Vi fu un uomo mandato da Dio...". Era giunto il tempo in cui doveva esserci il passaggio dalla Legge del Taglione a quella più perfetta dell'Amore e del Perdono: la venuta del Messia. (Dal greco Mashiach è l'equivalente del greco Christos che vuol dire "Unto", cioè che ha ricevuto il Sacro Crisma).

Questa "Unzione" avvenne nel momento in cui Giovanni  battezzò Gesù nel fiume Giordano quando lo Spirito Santo come  una colomba  discese su di Lui e si udì una "Voce" tonante dai Cieli scandire solennemente:

"Questo è il mio Figlio Prediletto NEL Quale Mi sono compiaciuto" suggellando, di conseguenza, la Sua Assoluta Divinità.




Giovanni Battista invitava al pentimento e alla purificazione con l'Acqua, in attesa di quella definitiva portata dal Cristo con il Fuoco (dell'Amore).

E nel versetto 9"La Luce Vera - quella che illumina ogni uomo - era per venire nel mondo". Vale a dire Dio Stesso, Raggio Unico che si sarebbe dovuto "manifestare" non "nascere" (Teofanìa = Manifestazione di Dio)  anche se, all'occhio umano, Gesù presentava tutte le caratteristiche fisiche che erano solo apparenti.

L'Evangelista continua nel versetto 10"Egli era nel mondo...". Sì, perché la Bontà e la Compassione si erano già palesate nell'Oriente illuminato, 500 anni prima dell'Avvento Cristico, con il Buddha.

E nel versetto 11"Venne nella Sua casa, e i suoi non l'accolsero". Il Cristo si manifestò in Medio Oriente, cioè al confine tra l'Oriente evoluto e l'Occidente al buio, impregnato di materialismo e di idolatria come era allora il mondo greco - romano, proprio perché lì necessitava la Luce dell'Esempio che non è stata accolta né lo è tuttora.

Prosegue ancora nel versetto 12"Ma a tutti quelli che lo ricevettero...". Egli ha riscattato tutti noi dalla prigionia della prima adesione a Lucifero (simbolo della Ribellione e della Caduta di una parte delle Monadi, QUI e QUI) e con il Suo Sacrificio ha spalancato la porta dei Cieli,  lasciandoci  liberi  però  di seguirLo  o  di rifiutarLo.

Infatti il versetto 13 chiarisce che "non dal sangue, né dal volere di carne...ma da Dio sono nati" proveniamo dalla Fonte Divina e che, per nostra scelta, siamo venuti a sperimentare la vita in terza dimensione, nella materia condensata.

E nel versetto 14"Ed il Verbo si è fatto carne...gloria che un Tal Figlio Unico ha da Tal Padre..." viene confermata l'assoluta Divinità del Cristo, sebbene  con parvenza umana.




Il Verbo, la Parola, concretizzazione del Pensiero, doveva necessariamente dare di Sé aspetto fisico alle masse, esemplificare quindi, per essere più credibile.

L'Evangelista ritorna a parlare del precursore nel versetto 15 precisando:

"Giovanni a Lui rende testimonianza e grida (la Voce che grida per farsi udire nel deserto delle Anime) dicendo: «Era di Lui che dicevo: Colui che viene dopo di me è passato davanti a me, perché esisteva prima di me». In quanto appunto, Dio Stesso.

E riprende il suo Annuncio Cristico nei versetti 16 e 17"Cosicché, dalla Pienezza di Lui, noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia, perché la Legge fu data per Mosè, la Grazia e la Verità è venuta per Gesù Cristo.

Egli mette dunque in rilievo:

la prima fase, la Legge Mosaica, legge del taglione,

la seconda, quella Cristica del Porgi l'altra guancia,

la terza, del "Nosce te ipsum - Conosci te stesso",

con la presa di Coscienza della razza umana ad Opera dello Spirito di Sapienza o Spirito Santo. (Che è esattamente in questo tempo, chiamata anche la Nuova Pentecoste; confrontare  QUI).

Infatti Gesù nel vangelo di Giovanni 16,7 afferma: "Pure, vi dico la Verità: «È meglio per voi ch'Io me ne vada. Perché, se non vado, il Difensore (il Paraclito o Spirito Santo) non verrà a voi; ma se vado ve Lo manderò»".

E in 16,13 prosegue: «Ma quando sarà venuto Lui, lo Spirito di Sapienza, vi svelerà la Verità tutta intera... e vi farà conoscere le cose future».

Lo Spirito svela dunque nelle profondità dell'Anima la nostra vera Origine e quella di Gesù, il Cristo, a patto però che noi diamo l'assenso ed il riconoscimento a tale incommensurabile atto d'Amore.

Beati  tutti coloro che presteranno orecchio a queste Sublimi Parole  e le metteranno in pratica, seguendo le orme  di Gesù Maestro, Unico, Impareggiabile e Dolcissimo Salvatore nostro.

Post Scriptum

Nel ringraziare tutti Voi delle continue visite ed apprezzamenti che onorano il mio blog e l'impegno divulgativo profuso per il risveglio delle coscienze, vi auguro un sereno S. Natale ed un prospero Anno Nuovo. 

Ad Maiorem Dei Gloriam